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Un serpente riconoscente

(a cura di Enrico Crippa)

Avverto chiunque intraprendesse spontaneamente la lettura di questo articolo, che si tratta di uno scritto che non ha alcuna pretesa scientifica. Il solo scopo dell'autore nello scrivere queste righe è la condivisione di un'esperienza legata alla passione che accomuna tutti gli utenti di questo sito, e che, forse, pecca della presunzione di voler attribuire ai serpenti sentimenti umani, o una presunta, o meno, "intelligenza", che forse colma il "bisogno di affetto" latente in fondo all'animo di tutti (o quasi) i dilettanti che si accostano con sincera passione al mondo degli ofidi.
Durante l'ultimo Reptiles Day di Longarone, passeggiando beato tra i vari stand, con gli occhi pieni dei colori dei serpenti più disparati, mi cadde l'occhio sul banco di due ragazzi di Roma, che esponevano, tra le altre meraviglie di "produzione propria", degli esemplari albini, in verità piuttosto rari, del "Serpente dei ratti grigio", Elaphe obsoleta spiloides, un rettile nordamericano, piuttosto diffuso e comune nei luoghi d'origine, conosciuto anche con altri nomi volgari, secondo le località in cui vive, come "Serpente dei polli", o "Serpente di Live Oak".
Questo animale, dal carattere notevolmente irascibile e mordace, non è molto apprezzato tra gli erpetofili nostrani, probabilmente per la mancanza di una corretta informazione riguardo alle caratteristiche della specie. Un bel serpente di un metro e mezzo, a tinte grigie, più o meno chiare, screziate di bianco, con svariate selle dorsali, forse l'Elaphe americana con abitudini arboricole più accentuate, ben noto nelle zone rurali dove vive per le frequenti razzie nei pollai e nelle piccionaie, dove preda vorace uova e piccoli di questi volatili domestici.
Proprio nella cornice di Longarone, la vista di questi serpenti elegantemente disposti in posizione di riposo nelle proprie vaschette pulite (e sorprendentemente spaziose), mi ha riportato con piacevole violenza alla mente un'esperienza vissuta con un grosso maschio adulto di questa specie, che ricordo ancora con piacere, nonostante si trovi oggi nella comoda teca di un collega appassionato, a svariate centinaia di chilometri da casa mia, dove vive agiatamente la bella vita che i veri erpetofili amano far trascorrere ai propri animali.
Era un'estate inoltrata, più o meno nel periodo in cui si può fermare la macchina ai bordi di una statale, e rimanere qualche momento all'ascolto dei rumori delle campagne, quando il traffico è scarso, i colori tendono al giallo oro, e tira un leggero vento che mitiga la calura. Venni a sapere che un amico cedeva svariati esemplari di Elaphe obsoleta, con l'intento di liberarsi qualche terrario per dedicarsi completamente all'allevamento di svariati morph del più diffuso Serpente del grano. Subito mi recai da lui, e, per poche vecchie lire, divenni orgoglioso possessore di una coppia adulta di Elaphe obsoleta obsoleta (il "Black Ratsnake") e di un grande e veemente maschio di Elaphe obsoleta spiloides, che il sorriso soddisfatto dell'amico venditore assicurava in ottima salute e vitalità.
Giunto a casa, sistemai i serpenti nei loro nuovi terrari, attesi i classici tre giorni di acclimatazione, poi mi accinsi alla "conoscenza diretta" dei serpenti: le due Elaphe nere, per quanto piuttosto nervose e poco incline a farsi avvicinare, erano tuttavia facilmente gestibili. Il grosso serpente grigio, invece, aveva un carattere che definire "cattivo" non era un'esagerazione. 
Avendo predisposto un terrario che soddisfacesse le esigenze arboricole di questa specie, il serpente trascorreva gran parte delle ore diurne disteso su dei rami, spesso a crogiolarsi al calore di un faretto a luce bianca, vigile ed attentissimo a tutto ciò che accadeva nei suoi immediati dintorni. 
Era sufficiente avvicinarsi al terrario, per vederlo sollevare il terzo anteriore del corpo, pronto a scattare contro il vetro anteriore al mio primo movimento. Anche le normali operazioni di pulizia e manutenzione del terrario divennero un'impresa piuttosto impegnativa, al punto che la spiloides era l'unico tra i miei colubri che mi obbligasse (in realtà più per paura che si ferisse durante i suoi assalti all'ultimo morso) a catturare il serpente ed ad assicurarlo dentro un sacco, prima di procedere e di mettere le mani nella teca.
Da un altro punto di vista, questo atteggiamento aggressivo aveva il vantaggio non creare problemi dal punto di vista dell'alimentazione: l'ofide mangiava indifferentemente topi, ratti, pulcini, uova con una voracità incredibile. Provai, durante uno dei "feeding day" quindicinali, a mettere nella sua teca una scatola di plastica contenente una decina di topi adulti scongelati: l'Elaphe ci si mise di buzzo buono, riuscì ad ingoiarne sei uno in fila all'altro, e trascorse una settimana buona nascosta sotto un coccio, per digerire l'enorme pasto. Fu l'unica occasione in cui questo rettile si comportò come un "Corn snake", trascorrendo cioè gran parte del giorno nascosto, mentre di solito restava sospeso sui rami, in bella vista, in aperto atteggiamento di sfida, come a dimostrare che non aveva bisogno di nascondersi perché non aveva paura, e guai a chi l'avesse disturbato.
Io credo che ci siano anche tra i serpenti diversi livelli di "intelligenza", non solo tra una specie ed un'altra, ma anche tra diversi esemplari della stessa specie. Ora, la spiloides, dando prova della sua squamata genialità, imparò ben presto ad aprire l'antina di vetro scorrevole del terrario, puntando il muso nell'angolo in alto, infilando la testa, e scivolando poi fuori attraverso i sostegni del terrario, riuscendo così a prendere pieno possesso della stanza in cui tengo i rettili. E vi assicuro, era uno spettacolo entrarci e vedere questo rettile in cima ad uno scaffale, osservare l'allevatore con un evidente atteggiamento di sfida.
Nonostante la selvatica bellezza di questi episodi, capii che un serpente "troppo" libero in un ambiente con apparecchi elettrici, timer, lampade, pur non potendo fuggire dalla stanza e spaventare i vicini era un rischio per se stesso e per gli inquilini meno intraprendenti degli altri terrari. Allora, un sabato pomeriggio, di fronte all'ennesima fuga, decisi di acquistare finalmente delle chiusure a chiave a prova di fuga da applicare ai vetri del terrario.
Catturai il serpente, non senza difficoltà, e lo rimisi nella teca, chiudendo i vetri con forti strisce di nastro adesivo, fissate tra vetro e sostegno esterno, e mi diressi in un negozio specializzato di Milano, per acquistare queste chiusure.
Al rientro, dopo un paio d'ore, mi trovai di fronte ad uno scenario tragicomico: la spiloides aveva di nuovo tentato la fuga. Era riuscita ad aprire con chissà quale forza bruta uno spiraglio nel solito angolino alto, si era infilata per scivolare fuori come al solito, ma non aveva fatto i conti col nastro adesivo, che l'aveva intrappolata invischiandola a mezza altezza tra vetro e sostegni del terrario. 
Subito aprii il vetro scorrevole, per liberarla dalla stretta, e procedetti, tra morsi, schizzi di feci e secrezioni fetide ed energiche frustate caudali, a liberare con molta attenzione il rettile dal nastro adesivo che aderiva alla pelle, la rimozione del quale costò diverse squame al mio rettile e svariate ferite lacero - contuse all'allevatore.
Liberata l'Elaphe, disinfettai le ferite con della polvere antibatterica e cicatrizzante, e riposi il serpente nel suo terrario, al quale applicai subito le serrature che avevo acquistato.
Ora, forse entro nel patetico, e sono solo fantasticherie: da quel preciso istante, il serpente, pur mantenendo il suo carattere fiero, la sua voracità e la sua attenzione a chi si avvicinasse avventatamente al terrario, smise improvvisamente di mordermi, ed iniziò a lasciarsi prendere dal terrario e maneggiare senza reagire, sebbene fosse evidente il suo disagio durante le occasionali "handling session".
Non saprò mai se questo mutato atteggiamento fosse dovuto al fatto che in qualche arcana maniera si ricordasse che ero intervenuto per liberarlo da una situazione spiacevole, o se si trattasse solamente di abitudine alla mia presenza, ma mi piace pensare che, in qualche modo, anche i nostri serpenti riescano a prendere consapevolezza dei propri orgogliosi allevatori e delle attenzione che essi rivolgono loro, e, tutto sommato, anche se mi sto sbagliando, non mi interessa granché, perché da questa convinzione è scaturita una delle esperienze più piacevoli al ricordo della mia storia di allevatore dilettante.
Il ricordo dello sguardo diffidente della spiloides mi è molto caro anche oggi, nonostante ormai da due anni il mio ofide sia ospite di un amico svizzero, cui lo offrii per accoppiarlo alla sua femmina, e lo rivedo nitido, ogni volta che mi accingo alle impegnative operazioni di pulizia del suo vecchio terrario, che attualmente ospita uno dei suoi mordaci e nervosi figlioletti.

Ultimo aggiornamento Domenica 21 Novembre 2010 22:19